Cento metri, due lacrime ed un chicco di caffè

“Ciò che ci intimorisce perde qualsiasi potere nel momento in cui smettiamo di combatterlo.”

Alejandro Jodorowsky, Psicomagia

Può una via fatta di corsa cambiare la percezione di tutta una vita?

La guardo: è adulta ma piccola piccola e la sua timidezza la fa sembrare ancora più piccina, quasi volesse essere invisibile.

Io sono lì, sorrido e scherzo davanti al mio mazzo di tarocchi come sempre. Vieni, accomodati – si siede.

Si vede lontano sistemi solari che è una bella persona nascosta in un guscio-nascondiglio.

Cosa ci fai seduta al mio tavolo?

Curiosità – dice.

No, non è vero. Ha una questione ma non me la vuole dire. Non importa, non deve, tanto meno ho io il diritto di invaderle quell’enorme spazio interiore racchiuso in quel corpicino. Vediamo cosa gli archetipi le faranno emergere.

Sposto la mia sedia per darle più spazio. Allontano i tarocchi da lei sul loro drappo per farla avvicinare.

Resta minuscola, mani a coccolarsi le mani, nascosta, lontana. Ha tutto lo spazio, ma non lo vuole riempire.

Lascio che gli archetipi raccontino il loro antico sapere, osservo il mutamento di lei ai punti che gli arcani vanno a toccare come piccole gocce di sale su ferite fintamente chiuse.

Una di quelle ferite la porta sul volto. Evidente quanto basta da farla sentire osservata da un mondo superficiale. La sua cultura, così lontana dalla mia, le impone di non esprimere mai liberamente sé stessa. Deve omologarsi. Un doppio legame, un duplice valore che il suo cuore non può dividere. Diversa da tutti per una cicatrice. Uguale a tutti per obbligo.

Così la persona gigante nel corpo piccino è vissuta sempre in due mondi. Il suo dove sogna di esprimere sé stessa, l’altro dove cerca di omologarsi senza poterlo mai davvero fare. In equilibrio precario tra essere e non essere, tra dovere e sognare.

Intrappolata da una madre a fingere una normalità che non le appartiene, e una finestra su una nuova cultura dove essere sé stessa è possibile ma dove il fantasma delle origini l’ha cresciuta nella paura.

Additata come diversa. Additata quando non è omologata. Additata davanti al suo stesso riflesso nello specchio dove può guardarsi attraverso un solo occhio mentre tutti le guardano l’altro che non vede.

Potrei provare a spiegarle tutto questo, ma forse, non la aiuterebbe.

Lei lo sa già, lei sa di potere ma il matriarcale fantasma che ancora abita gli angoli bui del suo mondo interiore, lui no.

Non lo può combattere, non deve. Sarebbe sempre più forte di lei, che si fa piccina piccina perché si crede menomata nel suo sentirsi fuori luogo.

Fuori. Luogo.

Così l’arcano dodici, l’appeso, mi viene in aiuto: lui che guarda sempre da un’altra prospettiva.

Fuori, luogo, fuori, luogo, fuori, luogo.

Lei è piccola fuori. Lei non comprende che è un Uno. Così in alto così in basso, così dentro così fuori. Devo portarla nel fuori così che tutto il fuori le sia dentro. E dentro, sa essere sé stessa.

Così le dico quello che ho visto, tutto quanto tutto di colpo.

Inizia a trattenere una lacrima, poi una seconda, poi esplode in un pianto liberatorio, mi chiede scusa.

Io le sorrido e lei non si scusa più. Piange e ride della gioia di piangere.

Prendo un chicco di caffè e glielo appoggio sul palmo e le faccio chiudere il pugno.

Il locale è pieno di gente, ma non me ne curo. La prendo, la spingo in strada.

Corri, corri a perdifiato per tutta la via! E mentre lo fai ridi, ridi e stringi il chicco di caffé, hai capito?

Ma io…

Corri! Vai!

E spingo quel corpicino piccino come un sassolino da una fionda.

Corri!

Corre. Corre sempre più veloce. Corre e ride. Ride e spalanca le braccia come ali mentre corre.

Cento metri, due lacrime ed un chicco di caffè.

Ma soprattutto, un cuore che ride.

La aspetto dentro al locale. Torna ridendo, i polmoni che sobbalzano, una luce diversa. Mi guarda felicemente intontita.

L’appeso guarda il mondo alla rovescia. Sta per scoprirlo.

E adesso? – chiede.

E adesso io ti chiedo: cosa pensi abbiano pensato tutti quei passanti mentre tu correvi a perdifiato con un chicco di caffè in mano, ridendo e piangendo?

Non. Me. Ne. Importa. Nulla. – risponde.

Si illumina tutta di colpo.

Ho capito, ho capito, ho capito! – dicono i suoi occhi.

Il suo corpo inizia a rubare spazio al mondo.

Non. Me. Ne. Importa. Nulla.

Era troppo occupata a piangere, ridere, correre, per pensare alle radici, ai fantasmi ai pregiudizi.

Era una gara di velocità tra lei e le sue paure. E la gigante piccina le ha stracciate tutte in velocità.

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Grazie di Cuore.

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