Abracadabra

Era il diciannove di aprile del duemilasei. Il giorno in cui quella macchina fu troppo noncurante per notare la mia motocicletta.

Avevo ventun’anni.

All’epoca praticavo capoeira, un’arte marziale brasiliana, per tre ore al giorno.

Era la mia aria, il mio cibo, la mia esistenza. Uno stile di vita. Non c’era fine settimana che non fossi in qualche piazza o festa di paese con il resto del gruppo a esibirmi o in qualche parco ad allenarmi tra erba, risate e sole. Avevo tredici chili di massa muscolare in più. Felice. Spensierato.

Un infermiere cerca di tagliarmi la maglia e la collana per spogliarmi senza farmi muovere il collo. Io gli grido di no. Ci sono affezionato. Non voglio tagli via i miei ricordi.

Il lettino metallico è freddo. Tremo.

Piango.

“So che fa male.. ma tra poco ti facciamo l’epidurale e non sentirai più niente.”

Mi sorride.

“Non è per il male.”

“E per cosa, allora?”

“Ho paura.”

Mi fanno firmare dei documenti, serve il mio consenso per l’operazione. Parla di pezzi di metallo che mi metteranno. Sono passate più di cinque ore dall’asfalto. Non capisco. Firmo. Voglio solo smettere di sentire dolore.

Undicesimo giorno di ospedale.
Le ossa sono uscite dalla carne. Rischio l’infezione.
I medici vanno e vengono.
Non mi dicono nulla.

Guardo il soffitto stordito dagli antibiotici. Fermo.
La notte sembra l’eternità.

Sento mio padre e il chirurgo parlare.

“Tornerà a fare sport, vero?”

“Non sappiamo ancora se tornerà a camminare normalmente.”

Io fingo forza. “Tranquillo papà non è niente.”

Sorrido alla trafila di parenti.

Aspetto il buio per essere me stesso. Aspetto il buio per straziarmi l’anima.

Penso alla bambina che piange perché non c’è più la confezione di marmellata con la principessa disegnata sopra. Le danno quella con sopra il pagliaccio. Lei grida e non la vuole. Non è la marmellata che conta. Piange di più. Deve imparare l’accettazione.

“Guarda, non c’è più la principessa, cosa facciamo adesso”

Cosa faccio, adesso.

Il corpo non va, devo usare la testa.

Guardo il mondo e taccio. Imparo a osservare tutto. Mi serve una magia.

Abracadabra significa io creerò come parlo.

Posso ancora fare, creare, modellare il mio mondo. Con le parole. Comunicando.

Eccola.

La luce. L’intuizione. La sfida.

Il dialogo con il mondo.

Io che sono così chiuso.

Freddo come il giocatore di scacchi.

Bianco o nero.

Affondo le dita in tutto quello che mi possa dare una morfosi del mondo.

Psicologia, sociologia, illusione, ipnosi, magia, comunicazione non verbale, lettura della mano, Tarocchi, teatro, arte, viaggio.

Le esibizioni appartenute al mio corpo si tramutano in un palco dove l’attore è l’altro.

Ascolto la storia eroica delle vite altrui.

Imparo il mondo del silenzio.

Trasformo il colore del movimento in intuizione dell’altrui movimento.

Torno a camminare.

A correre.

Uso le gambe nuove per danzare sulla realtà. Quando l’ombra è più forte, vicino c’è una grande luce.

Ora ho occhi nuovi. Entusiasmo allo stato brado. Esplosione fiorita di prati primaverili.

E tu, davvero non la riesci a vedere la meraviglia che sei?

Lo so, pensi di strisciare piccolo bruco, lo so, ho strisciato tanto anche io.

Credimi.

Raccontami.

E mentre tu parli, io di te già annuso tutte le strabilianti rugiade che accarezzerai quando sarai la farfalla incantevole.

Che sorriso del cuore mi fai nascere dentro!

Vieni.

Guarda con me dentro lo specchio, lascia che ti mostri il tuo giardino.

 

 

cof
Arcano I del mazzo The Wooden Tarot

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Grazie di Cuore.

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