Cosa prova questa persona per me?

Cosa prova questa persona per me?

Se hai già iniziato a leggere i tarocchi agli altri, sicuramente ti avranno già posto questa favolosa domanda, oppure una delle sue variazioni sul tema, come:

  • Lui/lei mi chiederà di vederci?
  • Io l’ho lasciato/a, come la sta vivendo l’altra persona?
  • Ci siamo visti poi non ci siamo più sentiti. Mi richiamerà?
  • Altre-frasi-varie-che-iniziano-con-la-parola “lui/lei” e-finiscono-con “voglio sapere”.

Ti va di riflettere con me su questo tipo di richiesta?

Ammettiamo che tu vada da un Oracolo di quelli con la “O” maiuscola, uno di quelli in grado di sapere tutto e vedere tutto in ogni tempo e spazio, dove passato, presente e futuro non hanno segreti di sorta.

Un Oracolo così potente che a confronto l’azzurro genio della lampada di Aladdin sembra il tizio che fa il gioco delle tre carte sotto i portici di Porta Nuova.

Bene, ora ammettiamo che tu gli chieda “cosa pensa l’altro di me?” e lui ti riveli con assoluta perfezione i pensieri di quest’altra persona.

Ora, che differenza ci sarebbe tra questo atto e l’entrare di soppiatto in casa del malcapitato di cui tu vuoi sapere i pensieri, rubare il suo diario segreto, forzare il lucchetto e leggere le sue righe più intime?

Esatto, nessuna – a parte il possibile arresto per violazione di proprietà privata e l’accusa di furto e danno, ma non che il parlare con un enorme e fluttuante genio blu ti eviti altre forme di internamento.

La domanda che ti pongo è: chi ci dona il diritto di venire a conoscenza dei pensieri di qualcuno senza averglieli chiesti con esplicito consenso?

Il fatto che ci siano strumenti in grado di farlo, non significa che sia lecito farlo.

E, nel mio soggettivissimo modo di vedere, rispondere a questo genere di domande solo perché non si sa dire “no” ad un consultante insistente o solo per il fatto che siamo in grado di conoscere la risposta, equivale a superare un confine etico.

Il complice di un ladro è come il ladro.
Talmud, II-V sec.

Il secondo punto, non meno importante, è che la domanda posta non è una domanda in grado di permettere al consultante di lavorare su di sé.

La domanda ad esempio “mi richiamerà?” nasconde la paura del consultante di essere rifiutato o abbandonato, o la convinzione che non debba essere lui a cercare lui l’altra persona perché ritiene di essere lui quello che debba essere cercato, corteggiato, conquistato.

Nulla di tutto ciò ha davvero a che fare con “l’altro”.

Ha tutto a che fare con la paura.

Voler sapere cosa pensano gli altri è un modo come un altro per non prendersi la responsabilità di agire o di cambiare e migliorarsi.

E se non si risolve questa paura, anche se il fantomatico “altro” richiamerà, tornerà, ti penserà, non ti porterà molto lontano nel viaggio verso l’armonia e la felicità.

Perché una persona che vive con queste paure difficilmente attrarrà persone armoniose e felici.

E ammesso che tu riesca ad attrarle, presto queste persone cambieranno aria, vedendo le stagnanti e soffocanti paure che ti porti dentro.

La paura si trasforma in insicurezza, l’insicurezza in gelosia, la gelosia in rabbia.

E solitamente tutto questo non porta all’armonia.

Se i consultanti ti fanno domande sugli altri, prova a chiedere loro come mai hanno così paura da aver bisogno di sapere cose che non li riguardano. 

Spesso assisterai a risposte stizzite, innervosite o addirittura rabbiose.

E saprai di aver appena sfiorato la punta dell’iceberg.

Alcuni resteranno e lavoreranno per migliorarsi.
Altri semplicemente cercheranno il cartomante di zona più vicino per avere da lui la risposta che tu non hai dato loro.

Non prendertela.

Non puoi impedire certo che loro sazino la loro curiosità.

Ma puoi avere un’etica, provare a farli riflettere su loro stessi, o, nel peggiore delle ipotesi, puoi non renderti complice di un atto discutibile.

L’uomo virtuoso farà quello che ritiene onesto anche se gli costerà fatica, anche se lo danneggerà o sarà rischioso; non compirà, invece, un’azione indegna, anche se gli procurerà denaro o piacere o potenza

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, 62/65

 

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Grazie di Cuore.

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